Crema, 09 agosto 2026

(Bernardo Zanini) La città di Crema compare per la prima volta nella storiografia ufficiale documentata nel 1061, citata dal domenicano padre Galvano Fiamma. Nel 1074 il nome di Crema figura per la prima volta in documenti ufficiali redatti presso Offanengo, in cui si menziona il primo cremasco noto, Rozo da Crema, in qualità di vassallo del vescovo di Cremona.

Nel 1082 Crema viene citata come locus (luogo) e nel 1087 come città murata (castrum Crema). La vita cittadina ruotava attorno alla piazza principale, sede del mercato, del palazzo comunale e del Duomo intitolato a Santa Maria della Mosa.

Secondo lo storiografo Terni — che ricostruì la storia cremasca nel Cinquecento — e secondo i cronisti dell'assedio del 1159, Crema sorgeva in posizione sopraelevata, protetta da due cinte murarie e da ampi e profondi fossati. Gli storici locali ritengono che la prima cinta muraria racchiudesse la cittadella originaria (l'area dove nei documenti dei secoli successivi compare il Ghirlo, cioè il perimetro difensivo corrispondente all'incirca alle attuali vie Matteotti e Cavour).

È solo nel 1122, tuttavia, che un documento redatto a Crema attesta formalmente la presenza della seconda cinta muraria — entro i cui confini sorgeva la chiesa di San Benedetto — e si trova per la prima volta citata la Porta di Sario (Porta Serio) del castrum cremasco.

A seguito della donazione di Crema e dell’Insula Fulcheria da parte di Matilde di Canossa al comune e al vescovo di Cremona, questi ultimi estesero le proprie pretese di sovranità politica, spirituale e tributaria sul territorio cremasco, considerandolo un vero e proprio feudo di loro proprietà. In assenza di una cattedra episcopale a Crema, il vescovo di Cremona esercitava la giurisdizione ecclesiastica su molti centri del circondario, esigendo tributi e decime, ed era anche contrario a una diocesi di Crema con un vescovo e tutto questo si deve per motivi economici. I cremaschi, tuttavia, opposero una ferma resistenza al dominio cremonese, rivendicando con determinazione l'autonomia del proprio libero comune di Crema.

Prima dell'assedio e della distruzione del 1159, Crema era una città estremamente prospera, dotata di ampi privilegi e posizionata al crocevia di quattro fondamentali arterie stradali. Lungo queste vie transitavano le carovane mercantili dirette sia nel Cremasco sia verso i centri vicini; le merci di passaggio erano soggette al pagamento del teloneo (dazio). Analogamente, le imbarcazioni che navigavano lungo il Rio delle Navi, le rogge (come la Crema e la Fontana) e il fiume Serio dovevano corrispondere il ripatico, ovvero il tributo dovuto per il transito acquatico e per l'attracco delle buze, le tipiche imbarcazioni fluviali a fondo piatto.

Nello specifico, il territorio cremasco era attraversato da un'articolata rete viaria:

la via che collegava Brixia (Brescia) a Laus Pompeia (Lodi), passava per Crema lungo la costa del Marzale, toccando Credera, Rubbiano, Piazzano e Cerreto.

la strada Bergomense, proveniente da Bergamo, giungeva a Crema per poi diramarsi verso più direzioni.

la strada di Placentia (Piacenza), arrivando da Montodine, proseguiva per Moscazzano, San Michele e Ripalta Nuova, entrando infine a Crema da cui si snodavano varie direttrici.

Subito fuori dalle mura, oltre il borgo di San Sepolcro, partiva la strada di Mediolanum (Milano), con la sua diramazione verso Lodi.

Il Comune di Crema riscuoteva inoltre numerosi diritti fiscali nei villaggi dell’Insula Fulcheria: tasse su mulini, pascoli, coltivazioni, terreni incolti e roncati, boschi, mercati, corsi d'acqua, ponti, diritti di pesca, alberghi e beni allodiali. Questa progressiva accumulazione di ricchezza accese le mire del vescovo di Cremona, il quale, pur avendo ottenuto l'investitura legale dell’Insula Fulcheria da Matilde di Canossa, non era mai riuscito a prenderne un effettivo possesso né a riscuoterne le rendite.