Walter Bruno e Roberta Bruzzone
Ripalta Cremasca, 18 giugno 2026
(Annalisa Andreini) Non ha deluso le aspettative l’incontro di ieri sera con la criminologa e psicologa forense Roberta Bruzzone, organizzato dal comune di Ripalta Cremasca nell’ambito di una rassegna culturale sulla violenza di genere.
La tematica affrontata, “Quando l’amore diventa una trappola: dalla manipolazione affettiva al femminicidio”, nella cornice suggestiva del giardino di Villa San Michele, ha tenuto viva l’attenzione dei 450 presenti dopo i saluti iniziali del sindaco Aries Bonazza.
L’ospite, intervistata dal giornalista Walter Bruno, ha iniziato la sua chiacchierata evidenziando la pericolosità della pressione mediatica, positiva e negativa, su alcuni casi attuali di crime, in primis quello di Chiara Poggi (ritornato fortemente alla ribalta), che attirano molto l’attenzione delle persone. La Bruzzone ha sottolineato non solo una modalità di fare tv, che spesso non condivide, ma soprattutto il dilagare sullo schermo di tanti pareri poco competenti.
“L’interesse per il crime (sangue & soldi) e per la parte oscura - ha puntualizzato la Bruzzone - c’è sempre stato, fin dall’Ottocento, dai tempi londinesi di Jack lo squartatore e ci accompagna nella vita. Nel Novecento, il primo caso di cronaca nera e processo mediatico del dopoguerra, è stato quello di Rina Fort, la Belva di San Gregorio, che aveva ucciso con una spranga la rivale e i suoi tre figli: c’erano persone che venivano dalla campagna per vedere l’imputata. Oggi abbiamo più fonti informative ma siamo anche sommersi da un magma di informazioni. La vera sfida è proprio la scelta di notizie affidabili”.
Il fulcro della serata è stato però incentrato sui narcisisti e sulle relazioni tossiche, che manipolano, controllano e illudono: “La nostra specie ha bisogno di amore - continua la Bruzzone- e abbiamo un attaccamento primario, che si attiva quando investiamo sulle persone che ci rimandano a un’idea di cura (la figura di riferimento primaria è la mamma). Bisogna poi mettere in conto che ognuno di noi ha delle ferite originarie, del periodo dell’infanzia, più o meno profonde, che possono generare in comportamenti pericolosi”.
La Bruzzone, ha parlato molto della dopamina ( l’ormone della motivazione e del piacere) che influenza i nostri comportamenti: si passa così dalle cosiddette farfalle nello stomaco e dal mirroring (quando l’altra persona, in tempi solitamente brevi, ci fa sentire speciali, con attenzioni, promesse, regali, complimenti) a una dipendenza affettiva. E allora ecco che il legame con la persona di cui ci siamo innamorati assume un duplice aspetto: diventa una fonte traumatica che ci fa soffrire (vendette, rivendicazioni, offese, bugie tipiche del narcisista) ma anche di cui non possiamo più fare a meno.
Cosa possiamo fare per prevenirle?
Prendere tempo per conoscere meglio una persona e mettere subito dei paletti perché la percezione della perdita del controllo è l’unica fonte di validazione di un io debole (narcisista), che può diventare pericoloso in una personalità fortemente disturbata. Spesso le vittime, come nel caso di Giulia Cecchettin, non si rendono conto dell’escalation nella condotta del loro compagno, quando invece dovrebbero distaccarsi completamente. Le donne, inoltre, spesso faticano ad interrompere le relazioni.
La Bruzzone fa due esempi di cronaca, Melania Rea (uccisa dal marito) e Arianna Flagiello (morta suicida e primo caso in Italia in cui il marito è stato condannato per istigazione al suicidio), manipolate a tal punto da non riuscire a immaginare una vita fuori da quella relazione tossica.
Il reato di femminicidio, conclude la criminologa, va chiamato con il suo nome e per quello che è: “Uno scenario che parte da meccanismi di controllo fino all’omicidio”.
L’invito finale è quello di avere il coraggio di alzare la voce.