La mostra di Arata va fino al 9 gennaio

Castelleone, 04 dicembre 2021

Continua, con notevole riscontro di pubblico, la mostra I disegni di Francesco Arata.

Nell’approfondimento della ricerca e la promozione dell’attività artistica del pittore, la Fondazione ha edito due volumetti che indagano aspetti di tale attività.

Il primo si intitola “il mitico Arata: un artista padano” e raccoglie gli articoli di stampa, oltre 200, sulla attività del pittore dal 1915 a oggi. 

È interessante leggere il parere dei contemporanei, alcuni anch’essi pittori, sull’opera di Arata: pareri schietti, competenti, lontani da ogni fine adulatorio.

Ne esce la figura di un artista singolare e senza ombre, tenacemente dedito alla sua arte: “mitico” lo definisce il giornalista e scrittore Paolo Monelli per la sua dedizione alla pittura, per l’assoluta fiducia (quasi religiosa) nell’arte; “pittore serissimo” lo definisce il critico Mario Monteverdi.

È questa un’altra prova del suo valore, che resiste al tempo e alle mode, e che nasce dalla felice unione di bravura tecnica, di acuto spirito auto-critico, di sensibilità verso il soggetto che dipinge (oggi diremmo empatia) e, soprattutto, della poesia che pervade i suoi dipinti.

Certamente il rapporto di Arata con la pittura è stato sofferto, sempre dubbioso di avere dato il meglio di sé, col suo modo di dipingere en p

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che è anche gravoso impegno fisico.

Molti scritti definiscono con sicurezza Arata come pittore padano, per via della terrosità dei suoi colori, per la costanza del confronto con la sua natura, per l’ostinata operosità senza proclami. 

Il secondo volume si intitola “Arata e Bagutta” e indaga sulla frequentazione del nostro nel più originale cenacolo artistico-letterario della Milano tra le due guerre. 

Nella trattoria toscana di via Bagutta a Milano, dove si mangia bene con poche lire, a metà degli anni ’20 si riunisce un gruppo di giovani giornalisti, scrittori e critici d’arte, che via via coinvolgono i propri amici in serate goliardiche, nelle quali si inizia a discutere d’arte e si finisce con i canti alpini.

Sono giovani talentuosi e ambiziosi, slegati però dalla cultura ufficiale e indifferenti all’indirizzo culturale che il fascismo cercava di imporre; al tempo sono sconosciuti (l’unico con una certa notorietà è il bolognese Riccardo Bacchelli) ma diventeranno tra i più importanti scrittori e giornalisti italiani: Orio Vergani, Paolo Monelli, Carlo Emilio Gadda, Dino Buzzati, Indro Montanelli.

Ognuno dei sodali racconta le proprie esperienze e porta con sé gli amici (Ugo Ojetti, Giorgio De Chirico, Felice Casorati) in un fecondo scambio di idee che nel Ventennio è una rarità.

Francesco Arata è lì, silenzioso attento, a fare “provvista di pensieri” come scrive Orio Vergani.

Cosa si inventa questo gruppo di uomini intelligenti e anarchici? Un premio letterario indipendente dalle case editrici, e lo finanziano con la vendita delle opere offerte dal nutrito gruppo di artisti che con loro frequenta il cenacolo.

Nasce così il più antico (esiste ancora) e indipendente premio letterario d’Italia.

I pittori e scultori che offrono le loro opere diventeranno anch’essi famosi: Anselmo Bucci, Aldo Carpi, Carlo Carrà, Filippo De Pisis, Giuseppe Novello, Alberto Savinio, Arturo Tosi, Mario Vellani- Marchi per citare i più noti. 

Per concludere degnamente l’iniziativa culturale, la Fondazione ha edito il calendario 2022, che rappresenta dipinti di nature morte eseguiti dall’artista tra il 1930 e il 1955, molte delle quali esposte nella prestigiosa mostra “le Nature Morte” tenutasi a palazzo Zurla De Poli a Crema lo scorso maggio 2021. 


Nella foto, autoritratto di Francesco Arata


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