Don Natale Grassi Scalvini
Crema, 16 agosto 2026
20 ª Domenica ordinaria anno A
La Parola: Is 56,1.6-7 Sal 66 Rm 11,13-15.29-32 Mt 15,21-28
Dal Vangelo secondo Matteo Mt 15,21-28
In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore», disse la donna, «eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.
Parola del Signore.
(Don Natale Grassi Scalvini) Dicono le previsioni che presto finirà anche l’ondata di gran caldo di questa estate e, come ci è già successo in passato, dimenticheremo presto anche queste giornate tremendamente afose e magari poi ci lamenteremo del freddo invernale.
Dobbiamo proprio riconoscere che la nostra memoria per certe cose è davvero corta, mentre per altre, evidentemente più importanti e significative per la nostra vita, rimane a lungo viva e chiara.
Oggi il vangelo ci presenta la figura di una mamma disposta a tutto, anche a umiliarsi fino a paragonarsi a un cagnolino, pur di ottenere risposta benevola da Gesù per la propria figlia malata. Credo proprio che tutti noi se provassimo a chiudere gli occhi per ricordare una persona che ci voglia così bene come questa donna cananea vuol bene alla propria figlioletta, ci ritroveremmo sicuramente a pensare alla nostra mamma. Non fermiamoci però a un ricordo nostalgico ed emotivo per una figura così importante per ciascuno di noi. Allarghiamo subito l’orizzonte pensando alla nostra Madre celeste, la Vergine Maria, di cui proprio ieri abbiamo festeggiato l’Assunzione al cielo. Nell’antica lingua quechua, quella dei popoli andini del Perù, la Madonna Assunta viene chiamata proprio Mama Ashu, e non è difficile comprendere che la traduzione del termine Mama sia proprio la nostra stessa dolce parola con cui chiamiamo la mamma. Se il vangelo vuole offrirci un esempio di amore che si traduce poi in un atto grande di umiltà e in uno ancora maggiore di fede, penso che non dobbiamo fermarci alla donna cananea ma piuttosto pensare ancora alla Vergine Maria che certamente ha meritato la grazia della Assunzione al cielo per il suo amore, per l’umiltà di fronte a Dio e per la fede nel compimento della sua parola.
La mamma del racconto evangelico ci spiazza comunque non poco, perché se ieri di fronte all’esempio della Vergine Maria potevamo rispondere che lei era la piena di grazia e che quindi le riusciva facile vivere l’amore e la fede a livelli eccezionali, l’esempio di oggi ci è offerto da una semplice donna, oltretutto straniera e non abbiamo più scuse: anche noi possiamo e dobbiamo vivere la fede e l’amore che Dio ci chiede in misura completa. L’idea di sentirci come dei cagnolini che attendono le briciole che cadono dalla tavola non è che ci piaccia molto e probabilmente non pensiamo che sia questo il modo migliore per vivere quotidianamente l’umiltà. Ma certamente non possiamo nascondere la necessità per ciascuno di noi di una buona dose di umiltà quotidiana perché viviamo in un tempo che ha fatto dell’orgoglio e dei diritti imprescindibili dovuti a tutti un obbligo quasi sociale, per cui davvero tutti adesso si sentono in dovere di mettersi su qualche piedistallo per potersi mostrare degni di ammirazione e di lode anche per atteggiamenti o comportamenti non sempre belli e positivi. Non pensiamo quindi innanzitutto ai privilegi che l’essere figli di Dio ci può accordare, anzi proprio perché ci sentiamo indegni figli di un Padre tanto buono dobbiamo fare in modo di essere sempre i primi a sentirci ultimi, chiamati a servire i nostri fratelli, specialmente quelli che dal punto di vista umano pensiamo che non dovrebbero meritare nulla da noi.
Proviamo a lasciarci invadere dalla stessa empatia di Gesù che in un attimo passa dalla distanza più grande verso una straniera a una simpatia profonda perché riconosce una fede davvero grande.Anche noi dobbiamo cercare nei nostri fratelli e nelle persone che incontriamo non tanto quello che ci allontana e divide ma piuttosto quanto può essere utile a farci sentire una sola famiglia, figli dell’unico Padre celeste che chiama tutti ad un rapporto profondo e personale con lui per poter essere fratelli e amici di tutti gli uomini