Ettabouti Mouhcine, l'uomo in coma
Crema, 09 agosto 2026
Mouhcine Ettabouti aveva un sogno: venire a vivere in Italia con la sua famiglia d'origine, due sorelle e un fratello che da tempo vivono dalle nostre parti. Il fratello Said abita a Crema, una sorella a Izano e l'altra a Lodi. Gente che non ha mai trasgredito, lavora e si è bene integrata. E il sogno si è incrinato martedì, quando Mouchine, 37 anni, marocchino, è stato ricoverato al Niguarda di Milano, in coma.
"Vogliamo sapere che cosa è successo nel Centro per il rimpatrio di Milano - ci dice il fratello Said. - Perché mio fratello è finito in ospedale, perché è stato soccorso solo dopo ore, che cosa gli hanno fatto".
Facciamo un passo indietro. Siamo in primavera quando Mouchine arriva in Italia. Forse intende fare le pratiche per il ricongiungimento familiare e per questo con il fratello è in giro per fare i documenti necessari. E' il 28 maggio quando a Romanengo l'auto sulla quale viaggiano i due fratelli viene fermata dai carabinieri. Said ha i documenti e Mouchine no: "Ho spiegato che mio fratello stava inoltrando la domanda per restare in Italia. Io e le mie sorelle siamo qui da anni, abbiamo la cittadinanza italiana e anche Mouchine avrebbe voluto restare. Per questo stavano andando per uffici. Ma ci hanno portato in caserma a Crema e poi a Romanengo".
Qui Said contatta l'avvocata di Orzivecchi che lo assiste, ma inutilmente. Lei non si presenta e Mouchine viene inviato al centro per il rimpatrio di Milano.
Qui comincia un lungo calvario. Said cambia avvocato e si rivolge al legale Martina Mantoan di Milano perché lo aiuti. Intanto quasi quotidianamente chiama il fratello per accertarsi delle sue condizioni. Tutto bene fino all'inizio di questa settimana.
"Lunedì ho parlato con Mouchine. Abbiamo discusso delle solite cose. Era tutto normale. Martedì non l'ho sentito e poi mercoledì è crollato il mondo: mia sorella mi ha chiamato è mi ha detto che Mouchine era al Niguarda, in coma".
Said si mobilita subito e avverte l'avvocata. Sono momenti concitati. Si riesce a sapere qualcosa: martedì nella mattinata Mouchine si era sentito male, ma non era stato assistito perché si pensava che fingesse. "Gli altri compagni di Mouchine hanno scongiurato le guardie di chiamare l'ambulanza che alla fine è arrivata e ha portato mio fratello al Niguarda. Io sono andato là e ho parlato con il dottore della terapia intensiva, Riccardo Giudici, il quale mi ha detto che lui era stato avvisato dell'arrivo alle 17 e che mio fratello aveva una intossicazione da acido cloridrico".
Cosa è successo a Mouchine quella mattina?
"Qualcuno dice che è stato picchiato, qualcun altro che ha bevuto acido. Ma nel Cpr non c'è il giro acido. E poi se è stato male la mattina, perché al Niguarda è arrivato alle 17?"
Anche l'avvocata stava cercando risposte: "So solo che Mouchine è arrivato alle 17. Che cosa sia successo, al momento non lo so".
"Io e mia sorella siamo stati avvertiti solo il giorno dopo il fatto (mercoledì, ndr). Ci hanno detto che non avevano i nostri numeri e quando sono riusciti a sbloccare il cellulare di Mouchine hanno avvertito nostra madre in Marocco, la quale a sua volta ha chiamato noi".
Adesso il caso è passato di mano. La famiglia ha incaricato l'avvocato penalista di Crema Marco Simone, che però è in ferie fino a fine mese.
"Non ne so quasi nulla - dice per messaggio il legale. - Mi riservo di leggere la cartella clinica e sino ad allora è inopportuno rilasciare commenti".
Intanto Mouchine è in coma in ospedale e medici e parenti attendono gli sviluppi.