Dante, non solo poeta in lingua volgare

Crema, 19 ottobre 2021

(antonio agazzi) Anche il Rotary Club Crema ha voluto onorare l’anniversario dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, avvenuta nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321. Lo ha fatto grazie a una relatore d’eccezione, il professor Marco Petoletti, ordinario di Letteratura latina medievale e umanistica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, membro del Comitato nazionale per le celebrazioni dei 700 anni dalla morte di Dante.

Tema della conviviale: “Dante poeta latino e le Sue Egloghe: un “nuovo” Virgilio a Ravenna, sulle rive del mare Adriatico”. 

Siamo, infatti, abituati a considerare Dante il sommo poeta in lingua volgare, la lingua del popolo, quella, appunto, della Divina Commedia, il suo capolavoro.

Il relatore ha svelato - a un uditorio conquistato dalla sua appassionata, dotta ma anche brillante lezione - come il maggior poeta in lingua volgare sia stato anche - negli anni estremi della sua vita (1320/1321) - grande poeta in lingua latina.

Dante, nato a Firenze nel maggio del 1265, per contrasti con il potere, è costretto all’esilio e trova ospitalità presso la corte di Guido Novello da Polenta, Signore di Ravenna.

Proprio a Ravenna, il maestro e letterato Giovanni del Virgilio scrive un’epistola poetica in latino - alla maniera di Orazio - in cui rimprovera a Dante di aver affidato i temi della Commedia alla lingua volgare e Lo esorta a comporre un poema in lingua latina - la lingua universale -, nel solco di Virgilio e di Lucano, così che la sua fama possa varcare gli angusti confini italici. 

Poetare in latino, sicuramente, avrebbe meritato a Dante l’incoronazione poetica e anche il titolo Dottore in lettere, che Gli sarebbe stato conferito dall’Accademia della Università di Bologna; un sommo riconoscimento, quindi, quello di ‘poeta laureato’, ma anche la possibilità di esercitare ufficialmente la professione di Maestro, con conseguente remunerazione, dettaglio non trascurabile, dal momento che Dante, in esilio, sperimentò anche situazioni di difficoltà dal punto di vista economico; avrebbe, inoltre, potuto aprire una scuola a Bologna o a Ravenna. 

Ebbene, Dante - carattere spigoloso e schietto -, pur convinto che essere poeta significasse comporre una grande opera in lingua volgare e non necessariamente in latino, era, tuttavia, per così dire, stuzzicato dall’ambizione di ricevere un’incoronazione poetica che Lo avrebbe consacrato, agli occhi di tutti, come poeta universale. Tuttavia, non la voleva a Bologna ma a Firenze, la città di cui era figlio, al Battistero; non la voleva in una sede universitaria ma nel luogo del cuore, da cui era stato respinto; non la voleva per un poema latino ma per la Sua Commedia, per una poesia che - pur attraverso la lingua volgare - avrebbe saputo sfidare il tempo e imporsi.

Quindi, in modo geniale, sceglie di rispondere, a Giovanni del Virgilio, non scrivendo delle lettere in volgare, ma delle Egloghe in latino, quindi con una poesia che imita il Virgilio pastore e che utilizza il metro di Virgilio, l’esametro.

Alla fine della Sua vita, Dante scrive in latino in modo perfetto, imitando un modello sommo, Virgilio, ma non il Virgilio dell’Eneide, quello delle Bucoliche.

Dimostra a Giovanni del Virgilio di saper scrivere benissimo in latino, non solo in prosa ma anche in poesia, con una grazia, una delicatezza e un afflato poetico che ne fanno il “nuovo” Virgilio; e chiarisce di non voler comporre un poema epico in latino - come l’Eneide - ma di volersi porre alla sequela del primo Virgilio, quello delle Bucoliche e, in particolare, della quarta Bucolica, scegliendo il nome di Titiro, ovvero della maschera del Virgilio pastore.

E Giovanni del Virgilio - ricevuta tale risposta - rimane pietrificato, Gli riconosce il primato anche nella poesia latina, Lo considera la reincarnazione dell’antico Virgilio, il secondo dopo di Lui, ma rilancia, insiste nel volerlo a Bologna; Dante - era la Primavera inoltrata del 1321 -, che stava attendendo a scrivere gli ultimi canti del Paradiso e la Preghiera alla Vergine, interrompe il lavoro in volgare per proseguire la ‘tenzone’ con Giovanni del Virgilio e ribadirGli il Suo rifiuto. 

Dante Alighieri morirà nel Settembre del 1321 e Giovanni del Virgilio scriverà per Lui un epitaffio, definendolo “teologo” e “poeta” e ricordando le Egloghe con le quali Dante Lo aveva onorato, scambio interrotto dalla Parca. Anche il Boccaccio si ricorderà delle Egloghe dantesche, definendole “assai belle” e copiandole in un Suo quaderno di appunti, lo Zibaldone. È stata proprio la mediazione di Boccaccio a consentirci di leggere le Egloghe di Dante. Una serata davvero preziosa, con la quale anche il Rotary - grazie alla dotta ma godibilissima lezione del Prof. Petoletti- ha onorato l’anniversario dei 700 anni dalla morte del ‘sommo poeta’.


Nella foto, Marco Petoletti, nella sua trasmissione su Dante


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