Il Papa ringrazia per padre Gigi

Madignano, 18 ottobre 2020


Papa Francesco nell'Angelus di oggi ha voluto ringraziare il Signore per la tanto attesa liberazione di padre Gigi Maccalli, libero da dieci giorni dopo oltre due anni di prigionia. Il pensiero del Papa rivolto al frate cremasco dalla finestra della sua residenza in S. Pietro è stato questo: "Desidero ringraziare Dio per la tanto attesa liberazione di padre Pier Luigi Maccalli: lo salutiamo con questo applauso. Ci rallegriamo anche perché con lui sono stati liberati altri tre ostaggi”.

Intanto, padre Gigi ci ha concesso una intervista e ripercorre con i noi i momenti più bui del rapimento.


Quali sono stati i momenti più difficili di questi due anni di prigionia?

"Un momento di grande sconforto è stato quando mi hanno messo le catene la prima volta la sera del 5 Ottobre 2018. Terminato il trasferimento in moto che mi ha portato dal Niger in Burkina Faso e poi fino al Mali, quella sera si presentano con una catena poco più lunga di un metro e legano la mia caviglia a un a alberello sotto il quale stavo all’ombra. Per 22 giorni sono rimasto incatenato in quel covo, giorno e notte. Mi slegavano solo per fare i bisogni fisiologici, ma accompagnato da due guardiani armati.

Ma è proprio in questa prova delle catene mi sono sentito in comunione con l’Apostolo Pietro. Adesso sei davvero figlio di San Pietro in Vincoli (patrono di Madignano) – mi son detto - tale padre tale figlio!"


Ha mai temuto per la sua vita?

"Più i giorni passavano, e meno temevo una conclusione drammatica anche se mi ero preparato a tutto. Solo una volta ho ricevuto una minaccia verbale esplicita, da parte di un mujaheddin che si era alterato con me per un qui pro quo. Ha minacciato di piantarmi una pallottola in fronte alla prima occasione propizia. Eravamo al nono mese di detenzione. Quella parola o ‘promessa’, mi ha reso più guardingo e attento nel parlare. Mi son reso conto che ogni mia parola e gesto poteva essere letto come una provocazione".


Come sono avvenuti i passaggi degli ostaggi da una banda all'altra?

"I Peuls (o Fulani) che mi hanno rapito in Niger mi hanno portato in moto fino in Mali. Poi in vettura (pick up Toyota) i mujaheddins dell’etnia araba, mi hanno “prelevato” e trasferito nel deserto di sabbia e dune. Spesso abbiamo cambiato di duna, specie quando sentivano volare “rumori” di droni. Da luglio 2019 invece sono stato portato nel Sahara di pietre e rocce e ci nascondevano (ero con altri due ostaggi italiani) nei “wadi” (avvallamenti alberati) sotto gli alberi spinosi che vi si trovano. In questo terzo passaggio eravamo affidati alle cure dell’etnia tuareg. Eravamo a nord di Kidal (nord Mali) dove poi è avvenuta la nostra liberazione.


Ci sono stati momenti nei quali ha pensato che l'avrebbero liberata presto (oltre all'ultimo, naturalmente)?

"Il 5 febbraio 2020 ci avevano dato una scadenza prossima: 'Entro una settimana e forse anche meno sarete liberi'. Quel giorno abbiamo festeggiato e condiviso con i nostri guardiani biscotti e datteri, ma nulla è accaduto. Anche a luglio e ad agosto. Ci avevano fatto due video e detto che probabilmente entro 10 o 20 giorni saremmo partiti, ma fu un duplice flop".


Quando tutto sarà finito, pensa che tornerà alla sua missione africana?

"Questi due anni sono stati scuola di presente. Il futuro appartiene a Dio, ora mi gusto il ritorno a casa, questo è il mio presente! Il futuro sarà come Dio vorrà, mash’Allah (in arabo)!".


Nelle foto, padre Gigi al suo balcone e il Papa all'Angelus di oggi


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