Rapporto caccia: 1147 denunce

Crema, 20 settembre 2020


Pubblicato l'annuale rapporto del CABS sui reati venatori. Lo studio prende in esame le comunicazioni istituzionali delle forze dell'ordine, stampa accreditata, interventi delle Guardie venatorie volontarie e trae un bilancio a livello nazionale di cosa debbano aspettarsi quest’anno gli animali selvatici da chi impugna la doppietta o piazza delle trappole.

In tutto nell’anno sono stati registrati 434 eventi contro la fauna selvatica (59% in danno della fauna alata, 25% contro mammiferi e restante parte riguardante sequestro munizioni, caccia in periodo di divieto etc.) per un totale di 1147 denunciati, in calo rispetto ai numeri degli anni precedenti. Spicca, tra le diverse tipologie di denunce, l'alta percentuale di specie protette e particolarmente protette uccise da chi viola legge (34%). All'interno di tale percentuale raggiunge persino l'85% la quota spettante alle specie particolarmente protette, ossia a quelle ove massimo è il grado di protezione riservato dalla legislazione nazionale e comunitaria. Seguono, entrambi al 17%, i casi riguardanti l'uso di trappole e richiami elettromagnetici, il mancato rispetto del periodo di divieto (11%), l'uso di altri richiami illegali (8%), la caccia in area di divieto (7%) e le armi modificate (3%).

Premesso ciò, non può che apparire grave come, tra le specie particolarmente protette centrate dai bracconieri, risultino primi gli uccelli rapaci (29%) sia notturni che diurni. Come è noto si tratta di animali ad alta valenza ecologica che si trovano all'apice della piramide alimentare e per questo equilibratori insostituibili delle popolazioni delle diverse prede tra cui i roditori.

Significative poi appaiono le percentuali che distinguono le categorie di persone sanzionate in possesso di licenza di caccia e non. Escludendo un 3% non specificato si tratta rispettivamente del 63% e 34%. Insomma sono principalmente i cacciatori a fa re bracconaggio.

Sebbene i reati venatori si distribuiscano su praticamente tutto il territorio nazionale (96 province interessate su 107) quella a maggiore incidenza rimane Brescia (27% dei denunciati italiani). Il dato bresciano fa da spalla a quello regionale che colloca la Lombardia al primo post nell'analisi delle regioni che si guadagnano la maglia nera del bracconaggio (31% dei reati contestati in Italia). Per contro la Regione Lombardia, grazie anche ad uno dei due campi antibracconaggio (operazione Pettirosso) di lunga durata organizzati da anni dall'ex Corpo Forestale dello Stato (ora Soarda dei Carabinieri Forestali) oltre che all'attività delle guardie venatorie volontarie del Wwf, raggiunge ogni anno un considerevole numero di comunicazioni di notizie di reato. Con il solo riferimento alle operazioni annuali del Soarda e delle Guardie volontarie del WWF si tratta rispettivamente di 105 e 51 comunicazioni di notizie di reato.

I numeri della Lombardia sono alti e a nostro avviso il metro di paragone con cui valutare la mancata vigilanza di altre regioni altrettanto “famigerate” dal punto di vista venatorio, ma non ugualmente capaci di farlo emergere. Dal fronte delle procure, pertanto dal punto di vista dei procedimenti giudiziari, anche se manca una risposta completa, risultano annualmente fra i 250 e i 270 procedimenti per bracconaggio.

La Polizia Provinciale è ancora decisamente attiva nella regione, anche se i suoi effettivi si sono ridotti da circa 380 a 148 in 7 anni: il massimo di denunce in materia venatoria è stato 279 (2012), mentre il minimo è 140 (2019).



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