Un quaderno sul manicomio di Crema

Crema 28 novembre 2021

Oggi alle 15.30, presso la Casa del Pellegrino, viene presentato un quaderno che natta la storia del manicomio di Crema.

"Osservando l’immagine di copertina tanti ricordi ci sorprendono, anche per la nostra antica frequentazione dell’Ospedale psichiatrico che risale agli anni giovanili quando, da chierichetti e seminaristi e poi da preti, abbiamo svolto delle attività di carattere religioso all’interno di un ambiente tanto singolare. Il gruppo che sosta in uno dei cortili interni ci lascia immaginare un tipico momento di aria, dove il breve istante di libertà non cancella gli atteggiamenti straniti, visibili sui volti di persone che tradiscono una lontana coscienza della realtà. I vestiti rabberciati e di recupero, con giacche e pantaloni fuori misura, dicono un senso di abbandono come se la società li avesse dimenticati, spettacolo che avrebbe sorpreso il visitatore casuale richiamato solo a sentimenti di pietà.

Per i cremaschi della nostra generazione, la frazione di Santa Maria era diffusamente nota per tre sue caratteristiche: il “paese dei lavandai” a motivo del peculiare lavoro che qui si svolgeva lungo i suoi limpidi corsi d’acqua, il “paese della fiera” per via della festosa ricorrenza annuale del 25 marzo che coinvolgeva l’intero territorio, infine il “paese dei matti” per la presenza di una sezione del manicomio provinciale nel quale confluivano malati mentali del circondario, denominati “tranquilli”. In verità la gente della parrocchia aveva imparato a convivere con quest’ultima realtà che si collocava nel cuore del centro abitato immediatamente attigua al Santuario, fulcro spirituale della comunità. Vista dalla prospettiva della gente, la severa struttura dell’Ospedale psichiatrico era considerata da un lato un po’ circondata di mistero per il fatto che non si trattava di una casa di cura consueta ma del tutto speciale, e dall’altro diventava oggetto di considerazione compassionevole per il passante che poteva immaginare le condizioni di vita isolata che i malati vi conducevano. Come non ricordare La montagna incantata, il romanzo di Thomas Mann nel quale lo scrittore tedesco descriveva i particolari aspetti della vita che si svolgeva in un sanatorio posto su un monte, isolato e inaccessibile al resto dell’umanità.

           Il lavoro che presentiamo in questa collana dei Quaderni del Santuario, si articola in due parti: una rigorosa ricerca d’archivio e una raccolta di testimonianze vive da parte di persone che conservano ricordi della storica struttura ospedaliera e della sua vita interna. Quando nel 1929 il manicomio si insediò a Santa Maria aveva già alle spalle una lunga storia in quanto le autorità civili di Crema avevano provveduto fin dal secolo XIV a dotare il nostro territorio di un nosocomio riservato ai malati di mente. La struttura era tutta interna al vecchio ospedale e solo agli inizi del Novecento si era reso necessario pensare ad una sede tutta propria e più adatta al ricovero e alle cure di questi “dementi tranquilli”, proposito che trovò soluzione nell’ex convento carmelitano risalente al secolo XVIII. L’edificio, in vista della nuova finalità, subì degli adattamenti strutturali, quelli che noi stessi abbiamo potuto successivamente constatare nella nostra frequentazione per motivi pastorali e liturgici. Non possiamo dimenticare i saloni per il soggiorno della vita quotidiana, separati tra uomini e donne, gli ariosi dormitori, i lunghi corridoi, la cappella interna, i cortili e gli ampi spazi dell’ortaglia dove, dalle finestre della casa parrocchiale, si potevano osservare i malati passeggiare nell’ora d’aria. Ricordiamo pure che nei lavori di adattamento sono state applicate inferriate a tutte le finestre dei tre piani dell’ex convento, da cui i malati potevano osservare la vita sottostante della comunità. Soprattutto esercitavano un curioso controllo sulla gente nei momenti di afflusso al Santuario per le messe, i matrimoni, i funerali, ma anche una speciale attenzione alle attività sportive che si svolgevano nel campo dell’oratorio, delle quali divenivano di volta in volta spettatori compiaciuti e tifosi coinvolti.

           La parrocchia di Santa Maria gradualmente si inseriva nella particolare vita di questa struttura a diversi livelli, da quello pastorale-liturgico fino a quello lavorativo-assistenziale. Infatti, da subito la diocesi aveva affidato l’assistenza spirituale dei malati come pure quello della comunità interna delle suore Ancelle, alla cura d’anime dei parroci e dei coadiutori di Santa Maria. Ricordiamo vivamente che tanta è stata la dedizione che quei sacerdoti hanno esercitato mediante uno specifico servizio che integrava gli annuali programmi pastorali parrocchiali. Un pastore d’anime come mons. Piantelli fu anche un fine osservatore e un saggio conoscitore della condizione di questi ammalati e siamo certi che al lettore appariranno assai perspicaci le osservazioni da lui annotate che sono riportate in questo volume.

Anche le “Suore del manicomio” - così erano denominate a Santa Maria - hanno dato un particolare contributo non solo alla vita interna dell’Ospedale esercitando una carità operosa verso i poveri malati, ma anche nei confronti della comunità parrocchiale. Non possiamo dimenticare l’edificazione esercitata sui fedeli con l’esempio della loro pietà quando partecipando alla messa prima quotidiana in Santuario guidavano la preghiera e i canti o quando vi accompagnavano alcuni malati per particolari celebrazioni. Ricordiamo poi che molti degli operatori dell’Ospedale erano parrocchiani di Santa Maria che ottenevano in tal modo un lavoro fisso come infermieri o sorveglianti e d’altro lato rappresentavano un collegamento di comunicazione tra i pazienti e la popolazione. Una delle loro massime ambizioni era quella di ottenere dall’autorità sanitaria l’Attestato di idoneità all’Ufficio di infermiere, documenti a tutt’oggi conservati nelle case dei protagonisti e delle loro famiglie. Ma non mancavano operatori del paese che seguivano i malati nei vari lavori per una sorta di ergoterapia: si trattava dei lavori dell’orto, di quelli dell’allevamento di maiali e conigli e di quelli relativi alla produzione quotidiana del pane destinato a tutti gli Istituti ospedalieri di Crema.

           A sua volta la gente di Santa Maria, soprattutto quella delle prime generazioni, ha conservato qualche memoria viva della vita del manicomio, ma anche di qualche singolare episodio nel quale l’interno e l’esterno della struttura ospedaliera hanno trovato interessanti punti di contatto e di comunicazione. Anzitutto alcuni infermieri dell’epoca hanno lasciato per via orale precise memorie relative ai medici che quotidianamente intervenivano per problemi di medicina generale, e più saltuariamente per visite specialistiche di carattere psichiatrico. Ricordano anche in modo dettagliato i turni e la distribuzione del lavoro degli inservienti, che seguivano le indicazioni di sorveglianza e di cura dei malati, i momenti della refezione e della ricreazione, il coinvolgimento dei degenti in alcune attività produttive a servizio dell’istituzione. Altre persone, più estranee alla vita del manicomio ma attente osservatrici in rapporto agli ammalati, hanno narrato con dovizia di particolari rapporti ravvicinati capaci di integrare i documenti storici mediante il colore e l’immediatezza di piccoli e significativi fatti della vita. Tutto questo era frutto di buone relazioni o percepito in momenti ludici o teatrali, in inviti conviviali o in circostanze tanto casuali quanto simpatiche che coinvolgevano piccoli e grandi di Santa Maria.  

           Nel momento in cui affidiamo questo testo al lettore, ci viene spontaneo chiederci quale sia il significato di una ricostruzione che ha voluto andare al di là della semplice documentazione storica per affrontare dimensioni più ampie, che toccano il senso globale dell’esistenza. Vi si leggono concezioni collegate al mondo della psicologia, della sociologia, della medicina, come concentrate in drammi umani con i loro protagonisti: malati e terapeuti, persone sventurate e religiosi dalle attenzioni caritative, solitudine smarrita e accoglienza comunitaria. La forte carica di umanità dimostrata dagli operatori che sono ricordati nelle pagine che seguono, era capace di offrire sostegno ottimale a tanta sofferenza.

           Il dott. Franco Basaglia ha giustamente imposto una svolta alle cure di questo particolare settore della medicina, e tuttavia l’esperienza che abbiamo potuto constatare di quanto è avvenuto nel nostro ospedale psichiatrico di Santa Maria potrebbe ancor oggi giocare un ruolo significativo. Tante infatti sono oggi le persone psichicamente fragili che purtroppo sono lasciate alla sola assistenza familiare, spesso molto premurosa, ma non sempre all’altezza del gravoso compito. Ci auguriamo che il tempo che il lettore dedicherà a questo volume possa consentirgli una riflessione quanto mai attuale a proposito di questo delicato settore di cura e di assistenza fisica e spirituale".



Nella foto, la copertina del quaderno


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